IL CACCIAVITE DI FIORONI SI É SPUNTATO SUI DEBITI
Data: Martedì, 09 ottobre 2007 ore W. Europe Daylight Time
Argomento: attività sindacale


Il decreto ministeriale n. 80 che “ reintroduce” gli esami di settembre rappresenta quanto più di demagogico l’amministrazione potesse concepire per catturare un improbabile consenso dell’opinione pubblica sulla presunta quanto risibile restaurazione della serietà della scuola.
Si tratta di un provvedimento pasticciato e raffazzonato nella sua improvvisazione che configge con le norme sull’obbligo scolastico e formativo, sul calendario scolastico che prevede 200 giorni di lezione, sulla determinazione dell’organico di fatto che stabilisce numeri certi sulla formazione delle classi al 10 luglio, con le normale sull’avvio regolare dell’anno scolastico con tutti i docenti nominati in tempo utile, con la stessa normativa precedente sui debiti e sui crediti che non è stata formalmente abolita da questo decreto bensì mantenuta, con le norme sugli esami di maturità che subiranno un pesante deterioramento.





Si tratta di un provvedimento reazionario che riporta indietro di 15 anni le lancette del riformismo dimenticando e misconoscendo tutto il dibattito culturale, pedagogico e sociale che aveva portato all’eliminazione di quell’infezione chiamata esami di riparazione a settembre, rito stanco e inutile perché tutti i rimandati venivano promossi d’ufficio con sanatoria al 99%. Si trattava di una promozione differita anche con l’ausilio dei TAR che davano sempre ragione allo studente inadempiente.
I debiti sono stati interpretati ad usum delphini. Le scuole hanno dimenticato che la legge prevedeva che i debiti potevano consentire al consiglio di promuovere l’allievo solo se si riferivano a lacune lievi e che nel caso in cui l’anno successivo l’allievo riportava il debito nella medesima disciplina il consiglio non poteva deliberarne la promozione.
La soluzione prospettata da decreto è di fatto impraticabile, considerata la macchinosità delle operazioni previste, i costi e i riflessi sull’organizzazione delle singole istituzioni e della macchina burocratica nazionale.

Il dibattito in seno al CNPI.
Il dibattito all’interno del COSS-COIIA ( i due gruppi rappresentativi della scuola superiore e delle istituzioni artistiche), che ha preparato i lavori, poiché mancava il numero legale, si è concluso con un verbale, sulla base del quale è stato preparata la mozione per le modifiche che il CNPI proponeva al Ministro, per formulare un parere positivo.
In sintesi il dibattito si è mosso su queste linee.
• Entusiasmo per l’interesse del ministro alla serietà della scuola
• Fondi da destinare al decreto
• Libertà per i genitori di far ricorso al privato e di rifiutare i corsi organizzati dalla scuola
• Opportunità per i docenti di incrementare il reddito
La linea era sostenuta a spada tratta dallo Snals, con l’adesione dei confederali, che stressavano l’opportunità che la scuola operasse per il recupero dei debiti in difesa della dignità della stessa.
Osservazioni fatte dal rappresentante dell’ANP:
1. il decreto invece di stabilire nuove norme perentorie, in netto contrasto con l’autonomia, avrebbe dovuto e potuto far riferimento a un’applicazione più seria della legge esistente.
2. i corsi di recupero, già realizzati in passato, sono stati fallimentari, a parte gli incrementi di stipendio, perché in contrasto con uno dei più acclarati principi pedagogici, l’educazione tra pari, come fondamento dell’educazione e della formazione. La classe degli asini non può che generare se stessa.
3. le scuole col più alto monte ore registrano la più alta percentuale di allievi con debiti (classe sociale, polverizzazione degli insegnamenti e così via) e il tasso più alto di pendolarismo. L’attivazione dei corsi quindi diventa ancora più dannosa perché riduce ulteriormente il tempo-studio nel corso dell’anno e ne rende impossibile la frequenza nel periodo estivo.
4. l’organizzazione dei corsi subito dopo gli scrutini intermedi, che impedisce qualunque altra attività promossa dalla scuola, richiede tempi improponibili (mi è stato risposto che i docenti devono presentarsi allo scrutinio con una relazione sulle insufficienze di ciascun allievo e sulle modalità per recuperarle! La segreteria o qualcuno provvederà a organizzare i corsi!!).
5. a conclusione dello scrutinio finale, quando alcune scuole sono impegnata negli esami di triennio e tutte le scuole sono impegnate negli esami di stato la scuola deve comunicare, come già fa, i debiti degli allievi, ma anche il calendario dei corsi (e se le famiglie li rifiutano, dal momento che anche i mezzi di trasporto interrompono le corse scolastiche, a chi gioca questo lavoro perso?)
6. i costi non devono prevedere fondi solo per i docenti, ma anche per il personale ATA, inevitabilmente coinvolto
7. non sono sufficienti i fondi, se, come previsto dal nostro ordinamento le ferie non vanno monetarizzate per garantire la salute dei lavoratori.
E’ stato risposto che tutti sono contenti di guadagnare (sic!) e che comunque le scuole sono sempre aperte (inutile spiegare che dopo gli esami di stato la scuola sopravvive con poche unità di personale)
L’unica proposta che è stata accettata è stata quella di sostituire all’art.4 in cui si affermava che il debito nelle discipline di laboratorio si poteva recuperare presso laboratori di ditte (sic!) un articolo che prevede che il recupero possa essere attuato con modalità laboratoriali.
L’ANP ( e un dissidente della cgil) ha proposto di consentire la promozione dell’allievo con lievi insufficienze alla classe successiva; il mancato recupero avrebbe impedito la promozione l’anno successivo. Nessuna sospensione quindi dello scrutinio, ma scelte definitive: promossi, bocciati e promossi con debito.
Il Cnpi ha bocciato a larga maggioranza la proposta ANP, grazie alla spaccatura della cgil.
Il parere del Cnpi a maggioranza è stato positivo, salvo il recepimento delle piccole modifiche richieste a garanzia del diritto alla scelta delle famiglie e del diritto alla retribuzione dei docenti.
Il CNPI si è dimostrato per l’ennesima volta un organismo obsoleto e archeologico ormai alla frutta e se ancora ce ne fosse bisogno evidenziarlo, sganciato dalla scuola militante e sostenuto solo dalle centrali sindacali, cioè da gente che ormai non insegna più o non lavora più nelle segreteria delle scuole da parecchi decenni.

Cosa possono fare le scuole autonome dinanzi a simili proclami?
Chiederne l’immediato ritiro e nel frattempo disapplicarlo.
Per fortuna ormai sulla disapplicazione si è sviluppata, grazie anche a quei sindacati che ora supportano il ministro, una mole notevole di pronunciamenti politici sindacali e anche giurisprudenziali che specie negli ultimi cinque anni hanno portato le scuole autonome a disapplicare norme quali il tutor , le indicazioni nazionali, il portaolio e qualsiasi provvedimento che risultasse non in linea con il POF della scuola.
A disapplicarlo non è il dirigente bensì il collegio dei docenti e il consiglio di istituto che sono chiamati dallo stesso provvedimento a aggiornare e modificare il POF. Uno dei motivi determinanti della disapplicazione sindacale era la mancanza di risorse in appoggio ai decreti sul tutor etc. E anche con questo decreto non c’è il minimo stanziamento di soldi ! Senza soldi si disapplica, secondo il vangelo sindacale.
Disapplicazione quindi che non comporta nessuna responsabilità dirigenziale trattandosi di materia attinente all’autonomia scolastica e all’art. 33 della costituzione richiamato da tutti continuamente a propositi e a sproposito.
Veniamo dunque a trattare con la stessa tecnica del cacciavite i punti salienti del decreto.
Affrontiamo ora quelli che nel decreto sono:
• problemi organizzativi
• aspetti pedagogici
• problematiche connesse alla partecipazione degli allievi
• diritto alle ferie – divieto monetarizzazione

Incominciamo dagli effetti perversi sulla determinazione dell’organico.
La data del 10 luglio entro la quale i dirigenti inseriscono a sistema informativo l’organico definitivo di scuola viene a saltare perché nessuno sarà più in grado di stabilire quante classi si costituiranno e come si concluderanno le iscrizioni a fronte di un prevedibile rinvio del 42% degli studenti che presentano debiti.
Saltando questo snodo fondamentale a catena salteranno tutti gli altri adempimenti a cominciare dalla costituzione delle cattedre su cui gli USP hanno la competenza di nominare entro il 30 luglio. Ancora forse i dirigenti degli USP non hanno avuto il tempo di vagliare questa situazione ma è cosa del tutto ovvia che entro il 30 luglio non si potrà né costituire alcunché né nominare alcuno. Con prevedibili conseguenze sulle nomine in ruolo qualora previste e sulle aspettative dei precari che a questo punto aspetteranno una risposta dai presidi a cui passa la competenza delle nomine a partire dal 1 agosto.
Presidi che non potranno fare niente se non aspettare che il caos continui a crescere in quanto nel frattempo avranno convocato i collegi dei docenti per gli adempimenti di inizio d’anno compresa la determinazione del calendario dei 200 giorni di lezione.
E qui la Caporetto sarà totale. Come si potrà costruire un calendario se non si è in grado di capire come e quando inizierà il nuovo anno scolastico?
Demagogia pura tagliata a fette!
Una catena di disastri didattici che come un domino metteranno in fibrillazione le scuole con il rischio di precipitare alla situazione di ingovernabilità del passato quando la scuola iniziava a dicembre e le nomine dei docenti si concludevano a Natale!
Si precipita all’ indietro dimenticandosi che la scuola degli esami di settembre era una scuola per niente seria specie per i più deboli che non avevano i mezzi economici per pagare quella tangente chiamata lezioni private. Una scuola confezionata per i figli delle famiglie abbienti e fatta di docenti che tenevano al programma e se ne infischiavano della platea che avevano davanti. Magari docenti più autorevoli di quelli d’oggi ma digiuni di umanità e cognizioni pedagogiche.
Vogliamo ritornare a questi tempi con buona pace delle riforme e degli obiettivi di Lisbona?

E poi come sarà possibile organizzare questi corsi di recupero finali?
Il tutto in piena estate nel mese di giugno-luglio, subito dopo la pubblicazione degli scrutini e fatte salve le ferie cioé i 32 giorni che scatteranno per tutti i docenti dalla penultima settimana di luglio.
Nella pratica sarà il caos più assoluto; bisognerà escludere anzitutto i docenti impegnati negli esami di stato e negli esami di idoneità. Quelli che restano dovranno essere calendarizzati in piena calura estiva, come quando quest'anno sono stati toccati i 40 gradi all'ombra.
C'é da giurare che ci sarà la corsa a scappare dalle scuole con mille sotterfugi per scongiurare il pericolo di bruciare le agognate vacanze. E si ricorrerà ai supplenti precari che così potranno raggranellare qualche spicciolo per la sopravvivenza.
Il tutto nell'indifferenza più assoluta per le sorti degli studenti indebitati e affidati a sprovveduti supplenti che non potendo relazionarsi con i docenti titolari non sapranno che pesci pigliare.
Gli obiettivi e il potere di promozione resta infatti in capo ai titolari che ritornati a settembre dopo aver scongiurato il pericolo di restare a scuola sapranno come sistemare a dovere i debitori.
Risultano quindi incomprensibili le modalità con le quali affrontare il nuovo pesante onere organizzativo e burocratico: gestione dei corsi di recupero obbligatori per tutti gli alunni con debito; gestione dei corsi durante l’estate in periodo di esami di stato e di ripresa d’anno scolastico; l’attuazione dei corsi (art. 1), delle prove e degli scrutini per tutti quelli che hanno insufficienze (art. 6) vanifica ogni possibilità di iniziare le lezioni entro il 10-15 settembre.
Per questo non comprendiamo il totale assenso sindacale ad un notevole aumento di lavoro a fronte di bassi compensi e di totale incertezza sulle disponibilità di risorse.
Come è avvenuto quest’anno, più del 60% dei docenti è convocato per gli esami di maturità.
Un altro 20 % è stato chiamato a sostituire i rinunciatari. Salvo quindi una diversa soluzione per questi e per la problematica contrattuale citata, con certezza quasi tutti i corsi estivi (quelli decisivi per la valutazione finale) sarebbero tenuti da enti esterni.
Ma una generalizzazione di corsi all’esterno potrebbe comportare seri problemi per la serenità della valutazione. E comunque nessun docente del triennio potrà farei i corsi in giugno-luglio !
Inoltre gli studenti che frequentano scuole sovradimensionate o normodimensionate potrebbero rischiare di beccarsi facili bocciature, quelli invece che frequentano scuole sottodimensionate, gratuite promozioni.
Inevitabilmente le famiglie dei ragazzi promossi con debiti formativi si troveranno disorientati di fronta al caos dei "recuperi" proposti dalle scuole. Allora, quelle più facoltose si rivolgeranno come nei decenni passati ad insegnanti privati che non rilasceranno loro nessuna ricevuta fiscale, le altre si affideranno alla buona sorte se i loro figli, pur studiando anche d'estate, da soli non saranno riusciti a venire a capo delle loro lacune!
E questo lo chiamano innalzamento della qualità della scuola!
 

 

Il coraggio di ritornare alla scuola di Gentile.


Il Ministro Fioroni con un “regio” decreto cambia i sistemi di valutazione delle scuole e “riesuma” gli esami di riparazione per, a suo dire, ridare serietà e rigore agli studi.
Neanche un anno fa, al fine di risparmiare un po’ di soldi - cosa comunque pregevole-, introduceva una norma in Finanziaria con la quale chiedeva agli insegnanti di “promuovere il 10% in più”. La coerenza dei provvedimenti di questo Governo è lapalissiana.
Per semplificare, il Ministro modifica il processo valutativo – senza interpellare il Parlamento (qualche consigliere potrebbe informarlo che le leggi si modificano per con altre leggi?) - e lo impone agli insegnanti, come se questi lavorassero a cottimo in una catena di montaggio. I sindacati e le associazioni professionali degli insegnanti zitti. Tutti allineati e coperti con il “Governo amico".
Nei giornali, all’indomani della presentazione del “regio” decreto sugli “esami di riparazione”, è stato tutto un fiorire di giudizi favorevoli.
Una delle rarissime voci dissenzienti o che almeno ha messo in guardia dalle facili semplificazioni – demagogiche, aggiungo – è stato l’ex Ministro Tullio De Mauro in un’intervista al Corriere della Sera. Ho inviato una lettera personale al Prof. De Mauro per ingraziarlo, con alcune osservazioni che riprendo nel seguito.
In effetti in questi giorni ho provato una grande tristezza anche perché ho ricordato Bruno Trentin. Alcune settimane fa, nella camera ardente che lo commemorava, ricordavo le tante lezioni di vita e di solidarietà che Bruno ci ha consegnato. Quella dell’abolizione degli esami di riparazione è stata una delle iniziative su cui si è speso molto. Ricordo il suo impegno che, nei primi anni ’90, ha condotto la Confederazione a sostenere la battaglia per una scuola inclusiva che si riorganizzasse facendosi carico dei più deboli. È stata sua la spinta su cui D’Onofrio ha fatto leva per abolire gli esami di riparazione.
De Mauro richiama l’attenzione, giustamente, sui tempi di apprendimento e di maturazione dei ragazzi. Ed ancora, ricorda che non si parla di rinnovamento dei programmi, di reclutamento e formazione degli insegnanti, di migliorare le strutture delle scuole.
Su queste pagine, alcune settimane fa, Antonio Valentino ha posto alcuni interrogativi e, se non ho capito male, invitava a riflettere con più attenzione e sulle stesse linee individuate da De Mauro, pur convenendo sul fallimento del “sistema dei debiti”.
Caro Valentino, la classe intellettuale e dirigente di questo Paese, figlia del Sessantotto, è attenta e discetta della severità, del rigore. Ormai le “barriere” sono crollate e con queste i comodi alibi del “progressismo”.
Leggere la rassegna stampa del 4 ottobre è stato per me raccapricciante. I giudizi che si leggono - su uno degli snodi più delicati del processo educativo quale è la valutazione- prescindono dagli aspetti educativi (uso a proposito educativo per ricordare le riflessioni di Valentino e De Mauro) e sociali.
Tutti “gasati” dal rigore ritrovato. Si legge: «finita la pacchia», «chi non ha la sufficienza viene bocciato». Sull’Unità si legge «il coraggio di ricambiare» (bel coraggio!) e su Libero «vent’anni di riforme per tornare a Gentile» (qui comprendiamo la matrice). Un “amarcord” delle origini. Che disastro!
È il segno della sconfitta del pedagogismo “progressita”. O meglio, se si vuole, il pedagogismo sessantottino che ha gettato la maschera e viene fuori la sua natura conservatrice.
È il grido di una classe dirigente e intellettuale che non comprende, nel XXI° secolo, che la scuola di massa non può svilupparsi ad immagine e somiglianza della scuola elitaria strutturata nel Ventennio del secolo scorso che, è bene ricordarlo, era solo “scuola di Stato”. Anche perché quella scuola si fondava su poche materie.
Una classe intellettuale e dirigente conservatrice che, come diceva Bourdieu, detiene il “capitale culturale” (la cultura legittima), spesso assieme a quello economico, e impone agli altri i suoi modelli culturali, escludendo, di fatto, le fasce più deboli dai processi di mobilità sociale: “la nobiltà che si perpetua”. Basta vedere, nel nostro Paese, chi occupa i posti di governo del sistema politico e sociale, dalla politica al giornalismo. Eccetto lodevoli eccezioni (sempre più eccezioni) sono tutti figlie e figli di qualcuno: appartengono alla classe dominante, i detentori del capitale economico e/o, della cultura legittima.
Una classe intellettuale e dirigente che ha frequentato il Liceo classico, che ha mandato i figli al Liceo classico e, sapendo parlare solo di Liceo classico, non comprende che una scuola inclusiva si deve fare carico del 70% dei giovani che non frequenta il Liceo. Una scuola nella quale il 30% dei giovani non arriva ancora al diploma e il 30% si diploma in ritardo.
Il sessantottismo in educazione mostra disprezzo per l’istruzione e la formazione professionale, considera il lavoro quasi una dannazione, e impone a tutti il suo modello all’interno della “scuola unica di Stato”. Il ricorso del Governo contro la legge sull’Istruzione della Lombardia ne è l’esempio più eclatante.
Niente flessibilità e rinnovamento dei programmi, niente opzioni disciplinari, niente autonomia delle scuole, niente libertà di scelta delle famiglie, niente investimento e formazione professionale degli insegnanti. Tutte misure, sicuramente perfettibili e migliorabili, introdotte nella scorsa Legislatura e azzerati da questo Governo.
I giovani sono, invece, tutti obbligati a frequentare le aule scolastiche sul modello unico di scuola di Stato, tutti a imparare le stesse cose negli stessi tempi e con gli stessi modi – come se fossero dei cloni - e il doposcuola, che riporterà alle lezioni private, per quelli che non ce la faranno.
È verosimile che in una scuola dove l’alunno non sceglie nulla ma tutto gli è imposto e che si fonda su 12-14 discipline ciascun ragazzo sia “preparato” su tutto e nei medesimi tempi? Un enciclopedismo che Guido Calogero riteneva utile per formare “chierici e parrucche”.
In una scuola siffatta, ricordando Salvemini: si può rivendicare il “diritto all’ignoranza”? Almeno in qualche materia?
Una domanda tecnica ai psicosociopedagogisti ministeriali (tutti rigorosamente democratici e progressisti): come si conciliano l’innalzamento dell’obbligo di istruzione, gli assi culturali per l’obbligo, i bienni equivalenti – che assomigliano alle “convergenze parallele” - e la programmazione per competenze con la “riparazione” in una disciplina? Perché basta l’insufficienza in una sola disciplina per sospendere il giudizio e anche lo scrutinio? E perché, allora, per coerenza non re-introdurrre l’esame di riparazione nell’esame di Stato? Faremmo contento Renzo Arbore che è stato bocciato all’esame di maturità, proprio a settembre.
Quello che si prospetta è, a mio avviso, un processo selettivo e classista che conosciamo già: la scuola delle “lezioni private estive” (anche invernali) a vantaggio delle classi agiate. Quanti ragazzi figli di contadini, miei amici e coetanei, ho visto abbandonare la scuola media (neanche la superiore) perché non potevano permettersi le lezioni private durante l’anno e l’estate. I ricchi e la borghesia intellettuale (oggi in prevalenza sessantottina), lo ripeto, figlia e tutrice dell’ideologismo classico gentiliano, si possono permettere sia le scuole che le lezioni private.
La scuola di Fioroni non mi pare sia la scuola del “non uno di meno” tanto declamato dalla sinistra radical schic. Il messaggio che leggo è un messaggio vecchio, reazionario, contro i più deboli e per di più scaricando la responsabilità sui docenti.
Nessuno pensa di difendere il sistema dei debiti e dei recuperi che, come sostiene Valentino, si è rivelato fallimentare, così come, con l’aumento della scolarizzazione, fallimentare era diventato quello degli esami di riparazione.
Le soluzioni su questi aspetti –chiedo scusa per quella che potrà sembrare supponenza ma sono di parte, molto di parte, giacché (almeno queste) ho contribuito a scriverle - erano tutte scritte nei decreti legislativi di attuazione della legge 53, compreso il rigore e la serietà negli studi, con l’obiettivo di valorizzare i talenti e sostenere i più deboli. Leggere il decreto sul diritto-dovere, quello sull’alternanza, quello sulla formazione degli insegnanti, quelli sull’ordinamento del primo e secondo ciclo. Soluzioni certamente migliorabili. Bastava, tuttavia, cominciare a sperimentarle per verificarne gli effetti.
Due soli esempi: la programmazione dei recuperi nei bienni – peraltro realizzata nel Primo ciclo - e l’organizzazione dei Laboratori di recupero e approfondimento, anche attraverso reti di scuole. Ma sarebbero stati troppo di sinistra e non è stato possibile mantenerli.
Domenico Sugamiele

 

 

da Corriere
Giovedì, 4 Ottobre 2007

De Mauro: ma così non si tutelano i tempi di crescita dei ragazzi

ROMA — «È tutto scritto molto bene su un vecchio libro di Lombardo Radice nel quale si descrive come gli adolescenti e i giovani oscillino tra la passione per un certo studio e l'odio per un altro, prima di trovare un equilibrio intellettuale», dice l'ex ministro dell'Istruzione, Tullio De Mauro.
È sbagliato tirare le somme alla fine di ogni anno?
«C'è una fase di maturazione lenta, fino a 18 o 20 anni, che è preceduta da numerose oscillazioni. Per questo motivo ritengo che il sistema ideale sia quello di tenere conto della media complessiva dei risultati. Puoi andar male in Matematica e bene in Storia o viceversa, l'importante è che ci sia una certa media minima.
Credo che sia un buon sistema quello che valuta la storia personale dello studente».
Insomma, non dobbiamo essere precipitosi nel giudizio? « Credo sia più saggio, anche se lontano dai nostri punti di vista che oscillano tra il buonismo, il lasciar passare, il lasciar correre dannoso per l'individuo e la società e ondate di rigorismo non bene indirizzate. E' possibile per un ragazzino o una ragazzina per un anno essere ottusi dinanzi ad un certo apprendimento e l'anno dopo proprio in quella materia diventare bravissimi per una propria scelta».
Però, così, serietà e rigore dove vanno a finire?
«Dire che vogliamo una scuola più seria è lodevole. Molto dipenderà da come sarà gestita la reintroduzione degli esami di riparazione. Ora c'è l'impegno diretto della scuola e ciò cambia un po' le cose rispetto alle vecchie lezioni private, però tutto questo non mi sembra un punto strategico rispetto all'impegno per il rinnovamento dei programmi, il reclutamento dei docenti, il miglioramento materiale delle scuole».
 







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