Il
decreto ministeriale n. 80 che “ reintroduce” gli esami di settembre rappresenta
quanto più di demagogico l’amministrazione potesse concepire per catturare un
improbabile consenso dell’opinione pubblica sulla presunta quanto risibile
restaurazione della serietà della scuola.
Si tratta di un provvedimento pasticciato e raffazzonato nella sua
improvvisazione che configge con le norme sull’obbligo scolastico e formativo,
sul calendario scolastico che prevede 200 giorni di lezione, sulla
determinazione dell’organico di fatto che stabilisce numeri certi sulla
formazione delle classi al 10 luglio, con le normale sull’avvio regolare
dell’anno scolastico con tutti i docenti nominati in tempo utile, con la stessa
normativa precedente sui debiti e sui crediti che non è stata formalmente
abolita da questo decreto bensì mantenuta, con le norme sugli esami di maturità
che subiranno un pesante deterioramento.
Si tratta di un provvedimento reazionario che riporta indietro di 15 anni le
lancette del riformismo dimenticando e misconoscendo tutto il dibattito
culturale, pedagogico e sociale che aveva portato all’eliminazione di quell’infezione
chiamata esami di riparazione a settembre, rito stanco e inutile perché tutti i
rimandati venivano promossi d’ufficio con sanatoria al 99%. Si trattava di una
promozione differita anche con l’ausilio dei TAR che davano sempre ragione allo
studente inadempiente.
I debiti sono stati interpretati ad usum delphini. Le scuole hanno dimenticato
che la legge prevedeva che i debiti potevano consentire al consiglio di
promuovere l’allievo solo se si riferivano a lacune lievi e che nel caso in cui
l’anno successivo l’allievo riportava il debito nella medesima disciplina il
consiglio non poteva deliberarne la promozione.
La soluzione prospettata da decreto è di fatto impraticabile, considerata la
macchinosità delle operazioni previste, i costi e i riflessi sull’organizzazione
delle singole istituzioni e della macchina burocratica nazionale.
Il dibattito in seno al CNPI.
Il dibattito all’interno del COSS-COIIA ( i due gruppi rappresentativi della
scuola superiore e delle istituzioni artistiche), che ha preparato i lavori,
poiché mancava il numero legale, si è concluso con un verbale, sulla base del
quale è stato preparata la mozione per le modifiche che il CNPI proponeva al
Ministro, per formulare un parere positivo.
In sintesi il dibattito si è mosso su queste linee.
• Entusiasmo per l’interesse del ministro alla serietà della scuola
• Fondi da destinare al decreto
• Libertà per i genitori di far ricorso al privato e di rifiutare i corsi
organizzati dalla scuola
• Opportunità per i docenti di incrementare il reddito
La linea era sostenuta a spada tratta dallo Snals, con l’adesione dei
confederali, che stressavano l’opportunità che la scuola operasse per il
recupero dei debiti in difesa della dignità della stessa.
Osservazioni fatte dal rappresentante dell’ANP:
1. il decreto invece di stabilire nuove norme perentorie, in netto contrasto con
l’autonomia, avrebbe dovuto e potuto far riferimento a un’applicazione più seria
della legge esistente.
2. i corsi di recupero, già realizzati in passato, sono stati fallimentari, a
parte gli incrementi di stipendio, perché in contrasto con uno dei più acclarati
principi pedagogici, l’educazione tra pari, come fondamento dell’educazione e
della formazione. La classe degli asini non può che generare se stessa.
3. le scuole col più alto monte ore registrano la più alta percentuale di
allievi con debiti (classe sociale, polverizzazione degli insegnamenti e così
via) e il tasso più alto di pendolarismo. L’attivazione dei corsi quindi diventa
ancora più dannosa perché riduce ulteriormente il tempo-studio nel corso
dell’anno e ne rende impossibile la frequenza nel periodo estivo.
4. l’organizzazione dei corsi subito dopo gli scrutini intermedi, che impedisce
qualunque altra attività promossa dalla scuola, richiede tempi improponibili (mi
è stato risposto che i docenti devono presentarsi allo scrutinio con una
relazione sulle insufficienze di ciascun allievo e sulle modalità per
recuperarle! La segreteria o qualcuno provvederà a organizzare i corsi!!).
5. a conclusione dello scrutinio finale, quando alcune scuole sono impegnata
negli esami di triennio e tutte le scuole sono impegnate negli esami di stato la
scuola deve comunicare, come già fa, i debiti degli allievi, ma anche il
calendario dei corsi (e se le famiglie li rifiutano, dal momento che anche i
mezzi di trasporto interrompono le corse scolastiche, a chi gioca questo lavoro
perso?)
6. i costi non devono prevedere fondi solo per i docenti, ma anche per il
personale ATA, inevitabilmente coinvolto
7. non sono sufficienti i fondi, se, come previsto dal nostro ordinamento le
ferie non vanno monetarizzate per garantire la salute dei lavoratori.
E’ stato risposto che tutti sono contenti di guadagnare (sic!) e che comunque le
scuole sono sempre aperte (inutile spiegare che dopo gli esami di stato la
scuola sopravvive con poche unità di personale)
L’unica proposta che è stata accettata è stata quella di sostituire all’art.4 in
cui si affermava che il debito nelle discipline di laboratorio si poteva
recuperare presso laboratori di ditte (sic!) un articolo che prevede che il
recupero possa essere attuato con modalità laboratoriali.
L’ANP ( e un dissidente della cgil) ha proposto di consentire la promozione
dell’allievo con lievi insufficienze alla classe successiva; il mancato recupero
avrebbe impedito la promozione l’anno successivo. Nessuna sospensione quindi
dello scrutinio, ma scelte definitive: promossi, bocciati e promossi con debito.
Il Cnpi ha bocciato a larga maggioranza la proposta ANP, grazie alla spaccatura
della cgil.
Il parere del Cnpi a maggioranza è stato positivo, salvo il recepimento delle
piccole modifiche richieste a garanzia del diritto alla scelta delle famiglie e
del diritto alla retribuzione dei docenti.
Il CNPI si è dimostrato per l’ennesima volta un organismo obsoleto e
archeologico ormai alla frutta e se ancora ce ne fosse bisogno evidenziarlo,
sganciato dalla scuola militante e sostenuto solo dalle centrali sindacali, cioè
da gente che ormai non insegna più o non lavora più nelle segreteria delle
scuole da parecchi decenni.
Cosa possono fare le scuole autonome dinanzi a simili proclami?
Chiederne l’immediato ritiro e nel frattempo disapplicarlo.
Per fortuna ormai sulla disapplicazione si è sviluppata, grazie anche a quei
sindacati che ora supportano il ministro, una mole notevole di pronunciamenti
politici sindacali e anche giurisprudenziali che specie negli ultimi cinque anni
hanno portato le scuole autonome a disapplicare norme quali il tutor , le
indicazioni nazionali, il portaolio e qualsiasi provvedimento che risultasse non
in linea con il POF della scuola.
A disapplicarlo non è il dirigente bensì il collegio dei docenti e il consiglio
di istituto che sono chiamati dallo stesso provvedimento a aggiornare e
modificare il POF. Uno dei motivi determinanti della disapplicazione sindacale
era la mancanza di risorse in appoggio ai decreti sul tutor etc. E anche con
questo decreto non c’è il minimo stanziamento di soldi ! Senza soldi si
disapplica, secondo il vangelo sindacale.
Disapplicazione quindi che non comporta nessuna responsabilità dirigenziale
trattandosi di materia attinente all’autonomia scolastica e all’art. 33 della
costituzione richiamato da tutti continuamente a propositi e a sproposito.
Veniamo dunque a trattare con la stessa tecnica del cacciavite i punti salienti
del decreto.
Affrontiamo ora quelli che nel decreto sono:
• problemi organizzativi
• aspetti pedagogici
• problematiche connesse alla partecipazione degli allievi
• diritto alle ferie – divieto monetarizzazione
Incominciamo dagli effetti perversi sulla determinazione dell’organico.
La data del 10 luglio entro la quale i dirigenti inseriscono a sistema
informativo l’organico definitivo di scuola viene a saltare perché nessuno sarà
più in grado di stabilire quante classi si costituiranno e come si concluderanno
le iscrizioni a fronte di un prevedibile rinvio del 42% degli studenti che
presentano debiti.
Saltando questo snodo fondamentale a catena salteranno tutti gli altri
adempimenti a cominciare dalla costituzione delle cattedre su cui gli USP hanno
la competenza di nominare entro il 30 luglio. Ancora forse i dirigenti degli USP
non hanno avuto il tempo di vagliare questa situazione ma è cosa del tutto ovvia
che entro il 30 luglio non si potrà né costituire alcunché né nominare alcuno.
Con prevedibili conseguenze sulle nomine in ruolo qualora previste e sulle
aspettative dei precari che a questo punto aspetteranno una risposta dai presidi
a cui passa la competenza delle nomine a partire dal 1 agosto.
Presidi che non potranno fare niente se non aspettare che il caos continui a
crescere in quanto nel frattempo avranno convocato i collegi dei docenti per gli
adempimenti di inizio d’anno compresa la determinazione del calendario dei 200
giorni di lezione.
E qui la Caporetto sarà totale. Come si potrà costruire un calendario se non si
è in grado di capire come e quando inizierà il nuovo anno scolastico?
Demagogia pura tagliata a fette!
Una catena di disastri didattici che come un domino metteranno in fibrillazione
le scuole con il rischio di precipitare alla situazione di ingovernabilità del
passato quando la scuola iniziava a dicembre e le nomine dei docenti si
concludevano a Natale!
Si precipita all’ indietro dimenticandosi che la scuola degli esami di settembre
era una scuola per niente seria specie per i più deboli che non avevano i mezzi
economici per pagare quella tangente chiamata lezioni private. Una scuola
confezionata per i figli delle famiglie abbienti e fatta di docenti che tenevano
al programma e se ne infischiavano della platea che avevano davanti. Magari
docenti più autorevoli di quelli d’oggi ma digiuni di umanità e cognizioni
pedagogiche.
Vogliamo ritornare a questi tempi con buona pace delle riforme e degli obiettivi
di Lisbona?
E poi come sarà possibile organizzare questi corsi di recupero finali?
Il tutto in piena estate nel mese di giugno-luglio, subito dopo la pubblicazione
degli scrutini e fatte salve le ferie cioé i 32 giorni che scatteranno per tutti
i docenti dalla penultima settimana di luglio.
Nella pratica sarà il caos più assoluto; bisognerà escludere anzitutto i docenti
impegnati negli esami di stato e negli esami di idoneità. Quelli che restano
dovranno essere calendarizzati in piena calura estiva, come quando quest'anno
sono stati toccati i 40 gradi all'ombra.
C'é da giurare che ci sarà la corsa a scappare dalle scuole con mille sotterfugi
per scongiurare il pericolo di bruciare le agognate vacanze. E si ricorrerà ai
supplenti precari che così potranno raggranellare qualche spicciolo per la
sopravvivenza.
Il tutto nell'indifferenza più assoluta per le sorti degli studenti indebitati e
affidati a sprovveduti supplenti che non potendo relazionarsi con i docenti
titolari non sapranno che pesci pigliare.
Gli obiettivi e il potere di promozione resta infatti in capo ai titolari che
ritornati a settembre dopo aver scongiurato il pericolo di restare a scuola
sapranno come sistemare a dovere i debitori.
Risultano quindi incomprensibili le modalità con le quali affrontare il nuovo
pesante onere organizzativo e burocratico: gestione dei corsi di recupero
obbligatori per tutti gli alunni con debito; gestione dei corsi durante l’estate
in periodo di esami di stato e di ripresa d’anno scolastico; l’attuazione dei
corsi (art. 1), delle prove e degli scrutini per tutti quelli che hanno
insufficienze (art. 6) vanifica ogni possibilità di iniziare le lezioni entro il
10-15 settembre.
Per questo non comprendiamo il totale assenso sindacale ad un notevole aumento
di lavoro a fronte di bassi compensi e di totale incertezza sulle disponibilità
di risorse.
Come è avvenuto quest’anno, più del 60% dei docenti è convocato per gli esami di
maturità.
Un altro 20 % è stato chiamato a sostituire i rinunciatari. Salvo quindi una
diversa soluzione per questi e per la problematica contrattuale citata, con
certezza quasi tutti i corsi estivi (quelli decisivi per la valutazione finale)
sarebbero tenuti da enti esterni.
Ma una generalizzazione di corsi all’esterno potrebbe comportare seri problemi
per la serenità della valutazione. E comunque nessun docente del triennio potrà
farei i corsi in giugno-luglio !
Inoltre gli studenti che frequentano scuole sovradimensionate o
normodimensionate potrebbero rischiare di beccarsi facili bocciature, quelli
invece che frequentano scuole sottodimensionate, gratuite promozioni.
Inevitabilmente le famiglie dei ragazzi promossi con debiti formativi si
troveranno disorientati di fronta al caos dei "recuperi" proposti dalle scuole.
Allora, quelle più facoltose si rivolgeranno come nei decenni passati ad
insegnanti privati che non rilasceranno loro nessuna ricevuta fiscale, le altre
si affideranno alla buona sorte se i loro figli, pur studiando anche d'estate,
da soli non saranno riusciti a venire a capo delle loro lacune!
E questo lo chiamano innalzamento della qualità della scuola!
Il coraggio di ritornare alla
scuola di Gentile.
Il Ministro Fioroni con un “regio” decreto cambia i sistemi di valutazione delle
scuole e “riesuma” gli esami di riparazione per, a suo dire, ridare serietà e
rigore agli studi.
Neanche un anno fa, al fine di risparmiare un po’ di soldi - cosa comunque
pregevole-, introduceva una norma in Finanziaria con la quale chiedeva agli
insegnanti di “promuovere il 10% in più”. La coerenza dei provvedimenti di
questo Governo è lapalissiana.
Per semplificare, il Ministro modifica il processo valutativo – senza
interpellare il Parlamento (qualche consigliere potrebbe informarlo che le leggi
si modificano per con altre leggi?) - e lo impone agli insegnanti, come se
questi lavorassero a cottimo in una catena di montaggio. I sindacati e le
associazioni professionali degli insegnanti zitti. Tutti allineati e coperti con
il “Governo amico".
Nei giornali, all’indomani della presentazione del “regio” decreto sugli “esami
di riparazione”, è stato tutto un fiorire di giudizi favorevoli.
Una delle rarissime voci dissenzienti o che almeno ha messo in guardia dalle
facili semplificazioni – demagogiche, aggiungo – è stato l’ex Ministro Tullio De
Mauro in un’intervista al Corriere della Sera. Ho inviato una lettera personale
al Prof. De Mauro per ingraziarlo, con alcune osservazioni che riprendo nel
seguito.
In effetti in questi giorni ho provato una grande tristezza anche perché ho
ricordato Bruno Trentin. Alcune settimane fa, nella camera ardente che lo
commemorava, ricordavo le tante lezioni di vita e di solidarietà che Bruno ci ha
consegnato. Quella dell’abolizione degli esami di riparazione è stata una delle
iniziative su cui si è speso molto. Ricordo il suo impegno che, nei primi anni
’90, ha condotto la Confederazione a sostenere la battaglia per una scuola
inclusiva che si riorganizzasse facendosi carico dei più deboli. È stata sua la
spinta su cui D’Onofrio ha fatto leva per abolire gli esami di riparazione.
De Mauro richiama l’attenzione, giustamente, sui tempi di apprendimento e di
maturazione dei ragazzi. Ed ancora, ricorda che non si parla di rinnovamento dei
programmi, di reclutamento e formazione degli insegnanti, di migliorare le
strutture delle scuole.
Su queste pagine, alcune settimane fa, Antonio Valentino ha posto alcuni
interrogativi e, se non ho capito male, invitava a riflettere con più attenzione
e sulle stesse linee individuate da De Mauro, pur convenendo sul fallimento del
“sistema dei debiti”.
Caro Valentino, la classe intellettuale e dirigente di questo Paese, figlia del
Sessantotto, è attenta e discetta della severità, del rigore. Ormai le
“barriere” sono crollate e con queste i comodi alibi del “progressismo”.
Leggere la rassegna stampa del 4 ottobre è stato per me raccapricciante. I
giudizi che si leggono - su uno degli snodi più delicati del processo educativo
quale è la valutazione- prescindono dagli aspetti educativi (uso a proposito
educativo per ricordare le riflessioni di Valentino e De Mauro) e sociali.
Tutti “gasati” dal rigore ritrovato. Si legge: «finita la pacchia», «chi non ha
la sufficienza viene bocciato». Sull’Unità si legge «il coraggio di ricambiare»
(bel coraggio!) e su Libero «vent’anni di riforme per tornare a Gentile» (qui
comprendiamo la matrice). Un “amarcord” delle origini. Che disastro!
È il segno della sconfitta del pedagogismo “progressita”. O meglio, se si vuole,
il pedagogismo sessantottino che ha gettato la maschera e viene fuori la sua
natura conservatrice.
È il grido di una classe dirigente e intellettuale che non comprende, nel XXI°
secolo, che la scuola di massa non può svilupparsi ad immagine e somiglianza
della scuola elitaria strutturata nel Ventennio del secolo scorso che, è bene
ricordarlo, era solo “scuola di Stato”. Anche perché quella scuola si fondava su
poche materie.
Una classe intellettuale e dirigente conservatrice che, come diceva Bourdieu,
detiene il “capitale culturale” (la cultura legittima), spesso assieme a quello
economico, e impone agli altri i suoi modelli culturali, escludendo, di fatto,
le fasce più deboli dai processi di mobilità sociale: “la nobiltà che si
perpetua”. Basta vedere, nel nostro Paese, chi occupa i posti di governo del
sistema politico e sociale, dalla politica al giornalismo. Eccetto lodevoli
eccezioni (sempre più eccezioni) sono tutti figlie e figli di qualcuno:
appartengono alla classe dominante, i detentori del capitale economico e/o,
della cultura legittima.
Una classe intellettuale e dirigente che ha frequentato il Liceo classico, che
ha mandato i figli al Liceo classico e, sapendo parlare solo di Liceo classico,
non comprende che una scuola inclusiva si deve fare carico del 70% dei giovani
che non frequenta il Liceo. Una scuola nella quale il 30% dei giovani non arriva
ancora al diploma e il 30% si diploma in ritardo.
Il sessantottismo in educazione mostra disprezzo per l’istruzione e la
formazione professionale, considera il lavoro quasi una dannazione, e impone a
tutti il suo modello all’interno della “scuola unica di Stato”. Il ricorso del
Governo contro la legge sull’Istruzione della Lombardia ne è l’esempio più
eclatante.
Niente flessibilità e rinnovamento dei programmi, niente opzioni disciplinari,
niente autonomia delle scuole, niente libertà di scelta delle famiglie, niente
investimento e formazione professionale degli insegnanti. Tutte misure,
sicuramente perfettibili e migliorabili, introdotte nella scorsa Legislatura e
azzerati da questo Governo.
I giovani sono, invece, tutti obbligati a frequentare le aule scolastiche sul
modello unico di scuola di Stato, tutti a imparare le stesse cose negli stessi
tempi e con gli stessi modi – come se fossero dei cloni - e il doposcuola, che
riporterà alle lezioni private, per quelli che non ce la faranno.
È verosimile che in una scuola dove l’alunno non sceglie nulla ma tutto gli è
imposto e che si fonda su 12-14 discipline ciascun ragazzo sia “preparato” su
tutto e nei medesimi tempi? Un enciclopedismo che Guido Calogero riteneva utile
per formare “chierici e parrucche”.
In una scuola siffatta, ricordando Salvemini: si può rivendicare il “diritto
all’ignoranza”? Almeno in qualche materia?
Una domanda tecnica ai psicosociopedagogisti ministeriali (tutti rigorosamente
democratici e progressisti): come si conciliano l’innalzamento dell’obbligo di
istruzione, gli assi culturali per l’obbligo, i bienni equivalenti – che
assomigliano alle “convergenze parallele” - e la programmazione per competenze
con la “riparazione” in una disciplina? Perché basta l’insufficienza in una sola
disciplina per sospendere il giudizio e anche lo scrutinio? E perché, allora,
per coerenza non re-introdurrre l’esame di riparazione nell’esame di Stato?
Faremmo contento Renzo Arbore che è stato bocciato all’esame di maturità,
proprio a settembre.
Quello che si prospetta è, a mio avviso, un processo selettivo e classista che
conosciamo già: la scuola delle “lezioni private estive” (anche invernali) a
vantaggio delle classi agiate. Quanti ragazzi figli di contadini, miei amici e
coetanei, ho visto abbandonare la scuola media (neanche la superiore) perché non
potevano permettersi le lezioni private durante l’anno e l’estate. I ricchi e la
borghesia intellettuale (oggi in prevalenza sessantottina), lo ripeto, figlia e
tutrice dell’ideologismo classico gentiliano, si possono permettere sia le
scuole che le lezioni private.
La scuola di Fioroni non mi pare sia la scuola del “non uno di meno” tanto
declamato dalla sinistra radical schic. Il messaggio che leggo è un messaggio
vecchio, reazionario, contro i più deboli e per di più scaricando la
responsabilità sui docenti.
Nessuno pensa di difendere il sistema dei debiti e dei recuperi che, come
sostiene Valentino, si è rivelato fallimentare, così come, con l’aumento della
scolarizzazione, fallimentare era diventato quello degli esami di riparazione.
Le soluzioni su questi aspetti –chiedo scusa per quella che potrà sembrare
supponenza ma sono di parte, molto di parte, giacché (almeno queste) ho
contribuito a scriverle - erano tutte scritte nei decreti legislativi di
attuazione della legge 53, compreso il rigore e la serietà negli studi, con
l’obiettivo di valorizzare i talenti e sostenere i più deboli. Leggere il
decreto sul diritto-dovere, quello sull’alternanza, quello sulla formazione
degli insegnanti, quelli sull’ordinamento del primo e secondo ciclo. Soluzioni
certamente migliorabili. Bastava, tuttavia, cominciare a sperimentarle per
verificarne gli effetti.
Due soli esempi: la programmazione dei recuperi nei bienni – peraltro realizzata
nel Primo ciclo - e l’organizzazione dei Laboratori di recupero e
approfondimento, anche attraverso reti di scuole. Ma sarebbero stati troppo di
sinistra e non è stato possibile mantenerli.
Domenico Sugamiele
da Corriere
Giovedì, 4 Ottobre 2007
De Mauro: ma così non si tutelano i tempi di crescita dei ragazzi
ROMA — «È tutto scritto molto bene su un vecchio libro di Lombardo Radice nel
quale si descrive come gli adolescenti e i giovani oscillino tra la passione per
un certo studio e l'odio per un altro, prima di trovare un equilibrio
intellettuale», dice l'ex ministro dell'Istruzione, Tullio De Mauro.
È sbagliato tirare le somme alla fine di ogni anno?
«C'è una fase di maturazione lenta, fino a 18 o 20 anni, che è preceduta da
numerose oscillazioni. Per questo motivo ritengo che il sistema ideale sia
quello di tenere conto della media complessiva dei risultati. Puoi andar male in
Matematica e bene in Storia o viceversa, l'importante è che ci sia una certa
media minima.
Credo che sia un buon sistema quello che valuta la storia personale dello
studente».
Insomma, non dobbiamo essere precipitosi nel giudizio? « Credo sia più saggio,
anche se lontano dai nostri punti di vista che oscillano tra il buonismo, il
lasciar passare, il lasciar correre dannoso per l'individuo e la società e
ondate di rigorismo non bene indirizzate. E' possibile per un ragazzino o una
ragazzina per un anno essere ottusi dinanzi ad un certo apprendimento e l'anno
dopo proprio in quella materia diventare bravissimi per una propria scelta».
Però, così, serietà e rigore dove vanno a finire?
«Dire che vogliamo una scuola più seria è lodevole. Molto dipenderà da come sarà
gestita la reintroduzione degli esami di riparazione. Ora c'è l'impegno diretto
della scuola e ciò cambia un po' le cose rispetto alle vecchie lezioni private,
però tutto questo non mi sembra un punto strategico rispetto all'impegno per il
rinnovamento dei programmi, il reclutamento dei docenti, il miglioramento
materiale delle scuole».